C’è una parete che rimane vuota più a lungo di quanto si pensi. Non per mancanza di gusto, non per indifferenza. Semplicemente perché la vita va avanti, le priorità si sovrappongono, e quella parete diventa una di quelle cose a cui si pensa ogni tanto, la sera, guardandola, dicendosi “ci pensiamo poi”. Francesca e Gianluca la guardavano da due anni.

Mi hanno scritto su Instagram una sera. Messaggio semplice: parete grande, circa tre metri, stile astratto materico. Nessuna idea precisa, solo una sensazione. Qualcosa che stesse bene lì, che non sembrasse messo a caso.
Ho risposto che prima di parlare di quadri avremmo fatto una call. Non per allungare il processo, ma perché un lavoro su misura non può iniziare da una misura.

La video call è durata circa un’ora. Non abbiamo parlato subito di stili o colori. Ho chiesto di loro. Di come funzionano le loro giornate, di cosa cercano in casa quando tornano la sera, di quello che li tiene insieme nonostante il ritmo che hanno. Tre figli, lavori impegnativi, giornate che iniziano presto e finiscono tardi. Una vita organizzata, efficiente, sempre in movimento.
Ma mentre parlavamo ho capito che sotto tutto questo c’era qualcosa di solido. Non lo dicevano in modo diretto, ma si sentiva. Qualcosa che resiste, anche quando il tempo sembra non esserci. Da quel punto ho capito da dove dovevo partire. Non dall’estetica, non dallo stile. Da quello che sono, da quello che hanno costruito insieme. Dalla loro storia!

Il percorso che ho chiamato “Una Finestra su di Te” non è una terapia, né un questionario. È una serie di domande che servono a far emergere qualcosa che già esiste, ma che spesso non si riesce a mettere a fuoco da soli. Faccio sempre le stesse domande di fondo: quali luoghi ti hanno fatto sentire davvero te stesso? Cosa ricordi di quei momenti? Cosa provavi? Cosa vorresti risentire ogni volta che guardi il quadro?
Da quelle domande sono emersi tre posti. Tre viaggi fatti insieme, in momenti diversi della loro storia.

Monument Valley. Me lo hanno descritto con gli occhi che cambiavano mentre parlavano. Strade che non finiscono mai, roccia rossa, cielo enorme. Quella sensazione di essere piccoli nel senso migliore del termine, quella che ti libera da tutto il resto. Erano partiti senza aspettarsi molto e avevano trovato qualcosa che nessuna foto rende davvero.
Thailandia. Verde ovunque, acqua, natura che avvolge. Non il resort, non la spiaggia attrezzata. Quella sensazione di essere dentro un paesaggio, non di guardarlo. Qualcosa di più viscerale, fisico, presente.
Australia. Tramonti che durano. Quel momento in cui il cielo incontra il mare e non si capisce dove finisce l’uno e inizia l’altro. Il più emotivo dei tre. Entrambi, quando ne parlavano, si fermavano un secondo prima di rispondere.
Non sono solo luoghi geografici. Sono stati d’animo. In quei tre momenti erano altrove nel senso più completo: fuori dalla routine, presenti, liberi, innamorati di quello che avevano intorno e l’uno dell’altro.
Quando ho capito questo, la direzione del progetto era già chiara. Non dovevo tradurre tre paesaggi in pittura. Dovevo far vivere tre stati emotivi su tela, senza rendere tutto troppo letterale. L’arte astratta, in questo senso, è più precisa di una fotografia. Non mostra cosa hai visto. Mostra cosa hai sentito.



La scelta del trittico non è nata da un ragionamento estetico. Tre pannelli per tre luoghi, ma soprattutto tre capitoli di un’unica storia. Separati, ognuno ha un senso. Insieme, raccontano qualcosa di più grande.
Ho lavorato così: il primo quadro più materico, denso, con colori terra e una presenza fisica forte, come quella roccia che senti sotto i piedi anche solo guardandola. Il secondo più fluido, in movimento, con il verde che scorre come fa l’acqua quando ci sei immerso dentro. Il terzo il più luminoso dei tre, più aperto, con quella qualità della luce australiana che non è mai solo luce, è qualcosa che calma.

Ma c’era anche lo spazio da risolvere, e questa parte del lavoro mi interessa quanto la pittura. Una parete da tre metri con un tavolo davanti non è solo un problema estetico. È un problema di equilibrio, di proporzioni, di quello che l’occhio fa quando si siede e si alza dallo stesso posto ogni giorno. I rendering hanno richiesto più passaggi. Formati, distanze tra i pannelli, rapporto tra i tre quadri. Piccole modifiche che fanno la differenza quando poi ci devi vivere insieme.






Quando l’opera è arrivata e l’hanno installata, quella parete ha smesso di essere vuota. Non nel senso ovvio. La stanza ha preso un punto fermo. Qualcosa a cui guardare, in cui ritrovarsi.
Francesca mi ha scritto qualche giorno dopo. Mi ha detto che la sera, quando tornano a casa, si siedono a tavola e guardano davanti. E in qualche modo, senza farlo per forza, si ricordano. Chi sono, cosa hanno vissuto, perché si sono scelti.

Non è difficile fare un quadro astratto. Quello che è difficile è costruire qualcosa che abbia senso solo per chi lo vive. Qualcosa che non potresti vendere a nessun altro, non perché sia brutto o bello, ma perché è di qualcun altro in modo preciso, in modo irreversibile.
Il valore non è nella pittura. È in tutto quello che c’è dietro: nelle domande fatte bene, nelle risposte cercate con onestà, nel tempo dedicato a capire prima di iniziare.
Tre pannelli, tre viaggi, una storia che adesso è appesa nel soggiorno di una casa a cui mancava solo quello.

Sono Alessandro Vinci. Lavoro con chi sente che in casa manca ancora qualcosa di importante, qualcosa che non si trova in un negozio di arredamento. Se la storia di Francesca e Gianluca ti ha fatto venire in mente una parete, uno spazio, o semplicemente una sensazione, possiamo parlarne. La prima consulenza è gratuita e senza impegno.



